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Gabriele Parpiglia a Lighthouse Radio: “La mia notizia su Sinner, la cantina di Tiziana e i segnalatori”
Il giornalista e autore ha parlato del suo nuovo libro “Sotto attacco di hater” (Mursia). Dalle chiamate delle scuole ai politici che cercano like, passando per Sinner, fino ai “segnalatori”.
Non solo personaggi famosi. Oggi l’odio online colpisce i più fragili, i minorenni, i ragazzi nelle scuole. È questo il cuore della prima parte dell’intervista che Gabriele Parpiglia ha rilasciato a Lighthouse Radio per il suo nuovo libro “Sotto attacco di hater”, uscito il 5 ottobre per Mursia Editore.
Giornalista professionista, autore e produttore, torna in libreria dopo “Sotto attacco di panico” con un libro che lui stesso definisce “il libro che non avrei voluto scrivere”.
“La maggior parte degli inviti per presentare il libro mi arriva dalle scuole”, ci ha detto. “Due settimane fa abbiamo letto del ragazzo entrato in aula armato di telecamera per aggredire la professoressa. Ma quell’odio era nato la sera prima, sul web, in un gruppo di alimentatori di odio”. Un sottobosco che parte da una notifica anonima e arriva, in alcuni casi, all’incontro reale per strada. “Nel 99% dei casi l’hater è il tuo primo fan – spiega Parpiglia – ma basta quell’1% che non lo è e ti ritrovi a raccontare un’altra storia”.
Durissimo il passaggio sulla politica. “Dopo aver lanciato la copertina sono stato contattato da due cariche politiche molto importanti per fare un evento in Senato. Ma il libro non l’avevano letto. La politica oggi sui social cerca solo il like, il consenso e la viralità. Sui social ci sono gravi problemi che rovinano le vite e prima o poi qualcuno dovrà sedersi e capire cosa fare”. L’idea del libro, racconta, è nata curando il libro di Chiara Tramontano, sorella di Giulia Tramontano uccisa per femminicidio. “Quanti femminicidi abbiamo raccontato con denunce inascoltate? Una marea. Come restano lì le denunce che partono sulla base degli hater”.
Nel libro, che raccoglie atti, denunce e testimonianze dirette, ci sono le storie che Parpiglia ha toccato con mano in questi anni: Elena Santarelli, Desirée Maldera, la famiglia Nasti, Giada Canino e Tiziana Cantone, a cui il libro è dedicato. E poi c’è la figura più subdola di tutte: “I segnalatori. Quelli che ti girano gli screenshot e ti chiedono ‘hai visto cosa ha detto di te?’. Continuamente. Se tu mi giri una roba scritta da un pazzo e metti in dubbio la mia persona, sei un mio amico?”.
Fino alla definizione che dà il titolo alla puntata: “Il social come prigione mentale”. “Lo specialista ti dice di farne un uso solo lavorativo. Io do una notizia su Sinner in anteprima mondiale e mi ritrovo non solo insulti, ma la paura di non poter lavorare con determinate persone. Con me cascano male, non mi fermo”. Nell’intervista Parpiglia rivendica anche il suo essere giornalista a tutto tondo: “Gossipparo non vuol dire niente. Quando prendi il tesserino non ti danno un’etichetta. Sei giornalista, punto. E oggi sono più le notizie che non do rispetto a quelle che do”.
Parpiglia spiega perché ha scelto le cinque storie simbolo del libro: Elena Santarelli, Desirée Maldera, la famiglia Nasti, Giada Canino e Tiziana Cantone, a cui il volume è dedicato. “Sono tutti casi che ho toccato con mano in questi anni. Con la famiglia Nasti e con la famiglia Cantone ho avuto un confronto diretto. Sono stato proprio nella cantina dove la povera Tiziana si è tolta la vita, ho conosciuto sua madre, sebbene non sia stata ospite al Costanzo Show. Li racconto nella loro crudeltà, senza edulcorare nulla. Uno legge e dice: ma davvero hanno detto una cosa del genere?“.
Un bilancio amaro sulla giustizia: “Elena è l’unica che ha avuto la fortuna di ottenere una condanna. È l’unica tra tutte quelle che ho monitorato. Gli altri ancora aspettano che il loro hater/stalker venga condannato”. E poi introduce la figura che definisce la peggiore di tutte: i segnalatori. “Quelli che ti girano gli screenshot, i messaggi e ti fanno la domanda: ‘hai visto cosa ha detto di te?’. Continuamente. Ma se mi giri una roba scritta da un pazzo e metti in dubbio la mia persona, sei un mio amico allora? Da quando ho iniziato a raccontarli, sono quasi spariti. Perché nella lotta nel fango a tutti piace prendere uno schizzo”.
Da qui la definizione di “social come prigione mentale”. “Lo specialista ti consiglia di farne un uso solo lavorativo. Io do una notizia su Sinner in anteprima mondiale e mi ritrovo non solo minacce e offese, ma qualcosa che va oltre il social. La paura di non riuscire a lavorare più con determinate persone. Con me cascano male, non mi fermo”.
Infine l’etica del giornalista. Alla domanda se gli sia capitato di non pubblicare una notizia per motivi personali, Parpiglia risponde: “Assolutamente sì. Quest’estate avevo in mano una notizia che avrebbe disintegrato una comunità vista oggi in positivo in Italia, ma c’erano di mezzo minori e famiglie. Lì traccio una linea e mi fermo. Oggi sono più le notizie che non do rispetto a quelle che do”.
L’esempio è il DM inviato il 14 agosto alla cantante Elisa, sapendo della separazione: “Le ho scritto: se ti dà fastidio non la pubblico. Ha visualizzato e non ha risposto. Ho capito che era un sì e non l’ho data”. E sulla etichetta di “gossipparo” è netto: “Mi fa incazzare. Quando prendi il tesserino non ti danno sotto l’etichetta gossipparo, cronacaro, sportivo. Sei giornalista, punto. Ho raccontato la fine della storia tra Sinner e Laila, lui che scrive a una modella di nome Greta, perché lui si è esposto, ha raccontato una favola d’amore. È una notizia. Come ho raccontato lo stop per infortunio e la visita alla Madonnina dopo la Fashion Week, mentre tutti esaltavano. Avevo ragione io, poi confermato dall’ospedale, ma sul web sono passato per quello che si è inventato tutto”.
L’intervista si chiude con uno sguardo alla generazione cresciuta a colpi di scrolling: dal caso di Vicenza dell’influencer che ha promesso vestiti gratis radunando 200 persone e disintegrando un magazzino, fino al sedicente “re dei Maranza” finito in carcere per aver minacciato un professore. “Noi eravamo quelli che andavano a giocare a pallone per strada, due calci e poi a casa. Non eravamo lobotomizzati dal web”.
L’intervista è disponibile sul nostro canale YouTube (PRIMA PARTE e SECONDA PARTE).



